Giuseppe Maggiore (Presidente Associazione culturale Amedit)
LA FOLLIA TRA SOGNO ED EBBREZZA
"Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa".
Come in una sorta di viaggio onirico immaginiamo di trovarci all’interno della sala degli specchi di Villa Palagonia e di perderci nella caleidoscopica vertigine d’un sembiante, il nostro, riflesso e frammentato in mille faces…
Non dissimile è la sensazione che possiamo provare, affinando l’occhio e dilatando i sensi, nell’accostarci alle pregnanti icone di Antonello Morsillo, qui dove la presenza si fa maschera che cela infiniti volti, molteplici identità riflesse, oscuri presagi di cose scottanti e pericolose.
Reduci d’un viaggio millenario in cui epoche, luoghi, visioni e riflessioni si confondono, persi – o per sempre assimilati – negli anfratti della nostra coscienza, il nostro approccio alle Maschere della Follia giunge da molto lontano, per farsi insieme approdo e punto di partenza verso un luogo-non luogo, vertiginoso ritorno nei meandri del nostro obliato Sé.
Attraverso questo ideale varco metafisico veniamo risucchiati in un vorticoso processo immaginifico e creativo di nuove e pur antiche reminescenze, in cerca di quel luogo dove, riconciliati con la nostra follia, possiamo esistere.
Eccoci dunque, a disvelar la nuda essenza…
Rei di indicibili crimini, sognati, pensati e comunque attuati nel nostro sub-conscio, abbiamo plasmato le nostre esistenze col sangue di vittime immolate all’altare del nostro Ego.
L’anima multiforme di che siam fatti, ad un tempo vittima e carnefice, santa e puttana, sporca d’ogni macchia, eppure, immune dal senso del peccato, danza nel pentagramma del bene e del male – labili estremi entro cui si muove con dissimulata disinvoltura tra vizi privati e pubbliche virtù.
Le nostre mani hanno afferrato, dilaniato e divorato corpi; ci siamo abbeverati del loro sangue, ne abbiamo indossato le pelli; talvolta ci siamo avventati su quegli stessi corpi a cui un attimo prima eravamo avvinghiati in estatico amplesso o su piccole creature che ancora odoravano del nostro grembo.
Prima che fosse amore - molto prima della sua invenzione - i nostri occhi hanno bramato, catturato, stuprato… e continuano a farlo, sotto mentite spoglie di ruoli, divise e paramenti.
Poi, seduti in un teatro o tra le pagine d’un romanzo, abbiam goduto la catarsi della rappresentazione dei nostri stessi atti; come ombre di noi stessi, presi da voyeuristica bramosia lungo i viali desolati d’un parco, nel buio di una sala cinematografica o navigando in mondi virtuali ci siam visti a catturare immagini, sprazzi di desideri inespressi vissuti per interposta persona.
Quindi per taluni, sopraggiunge il rito liberatorio d’un mea culpa e d’una prece, prostrati davanti a muti simulacri o finestrelle che celano morbose orecchie, per lavare l’indegna azione e tornare a rappacificarsi col proprio beffardo simulacro.
Istantanee d’un mondo che procede parallelo, d’una vita di scorta, d’una divagazione dell’essere sfuggita all’autocontrollo, di reiette identità che inavvertitamente riaffiorano, rivendicando i propri spazi ed il diritto ad esistere. Lo ritroviamo ancora nell’onirico dedalus dei sogni, il nostro vissuto-non vissuto, quando tutto, nostro malgrado, continua a procedere; tutto avviene, si manifesta, si fonde indistintamente, come affermazione d’una natura finalmente svincolata dalle logiche della ragione, di un humus che torna al suo stato primordiale. Un acquietamento dei propri istinti o l’emersione di un mondo tutt’altro che rassicurante, inquietante, invivibile e destabilizzante.
Nel teatro dell’inconscio và in scena la Follia e in siffatta pantomima tutto può avvenire, anche i desideri e le pulsazioni più indicibili, senza tema di sentirsi osservati o giudicati. Lì, come nell’arte scenica, nel cinema o nella letteratura, seguendo l’intuizione di W. Blake « L'immaginazione non è uno stato mentale: è l'esistenza umana stessa.», possiamo agire la nostra natura, sperimentare quel transfert che ci consente di fare proprie le azioni cui assistiamo, soggiornando in identità mutanti e provvisorie.
In questo estatico itinerarium mentis, Morsillo incalza dispiegando dinanzi ai nostri occhi la lunga teoria dei suoi personaggi sottratti alla realtà onirica del grande schermo; essi irrompono come maschere perturbanti – segno semantico di un dramma che si consuma in mille rifrazioni - per scaraventarci in quei vischiosi anfratti del nostro in-conscio, qui mirabilmente evocati dalle uterine macchie di Herman Rorschach.
Dentro l’irrisolvibile labirinto dell’arcano in cui ci ha irretiti, ha luogo il ditirambico corteo della Follia in tutte le sue inesauribili manifestazioni.
Scorrono dinanzi ai nostri occhi, come in una sorta di effetto moviola mutuato dai nostri passi incerti e vacillanti: la devastante potenza dell’ossessione amorosa che logora Medea e Adele Hugo; la ritualistica ira omicida che divampa nelle Tre Mater e in Belfagor; l’alienazione dalla realtà in cui si rifugiano Norma Desmond, Veronika Voss, Dorian Gray e Mrs Denvers; l’estraniante sdoppiamento di personalità che ha luogo in Jean-Marc Faure, Matteo Tiepolo e Anna Manni; le allucinatorie visioni di Simone Choule e di Suor Agnese; il dramma infantile che sfocia nella perfidia di Rhoda Penmark e Baby Jane, che si fa dolente e insostenibile per Spider; le ossessioni sociali che con molteplici manifestazioni si palesano in Sebastian Venable, l’Ospite, Yukio Mishima, Giovanna D’Arco, Martin von Essenbeck e Alex de Large; le psicosi di Anna Zeno e Randle Mc Murphy; le perverse regressioni di Bella di Giorno, Bessie Mc Neil, Lucia Atherton.
Eccole tutte radunate le iperboliche Maschere – personificazioni di ataviche inquietudini - ormai indelebilmente fissate nelle retine dei nostri trasognanti occhi.
Morsillo, come già il Principe di Palagonia nel suo mostruoso sogno di pietra, dà così luogo ad un epifanico florilegio di forze arcane, in cui luci ed ombre, sogno apollineo e dionisiaca ebbrezza si insinuano fin nelle profondità dell’essere per riemergervi in tutta la loro delirante e sconcertante tensione drammatica.
Attraversati come da una scheggia di luce dileguatasi nella notte, dopo essere penetrati nell’oceano sterminato dell’ineffabile luce, ci ridestiamo al risveglio dal nostro sonno, all’accensione delle luci di sala, al termine del libro riappropriandoci della bella immagine rassicurante e normalizzante – per taluni triste e insostenibile fardello – e torniamo al quotidiano, ai ruoli, alle occupazioni, magari a riaffermare la negazione di quanto abbiamo per un istante assecondato e forse un po’ accarezzato.
« Colui che sogna ad occhi aperti sa di molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo. Nelle sue nebbiose visioni egli afferra sprazzi dell’eternità e trema al risveglio, di vedere che per un momento si è trovato sull’orlo del grande segreto. Così, a lembi, apprende qualcosa della sapienza del bene e un pò più della conoscenza del male… » (Edgar Allan Poe).