TRA CINEMA E PSICHE: LE ICONE FOLLI DI ANTONELLO MORSILLO
Andrea Pellegrino (storico dell’arte)
Il cinema è sempre stato definito, fin dalle origini, una "fabbrica dei sogni", una macchina che produce artificiose realtà. Tuttora tale espressione è ben radicata nel linguaggio comune: il cinema viene visto come il più grande strumento di evasione, in grado di rappresentare e fare prendere corpo ai desideri degli spettatori, anche i più irrealizzabili. Allo stesso modo, attraverso l’articolato filtro della visione cinematografica, gli aspetti più controversi dell’animo umano sono in grado di emergere. Già nel cinema delle origini era presente la consapevolezza che tra dispositivo cinematografico e sogno c'erano delle relazioni: se il cinema serviva a riprodurre la realtà, poteva anche "riprodurre" i sogni. Il cinema primitivo ha infatti tentato di trasporre sullo schermo il sogno stesso e una serie di stati onirici, come l'allucinazione, la follia, i deliri. E’ proprio la follia il tema portante dei “Cinemorfismi” di Antonello Morsillo. Questo termine è un neologismo che vuole indicare la forma dell’immagine in movimento, ritratta in una dimensione quasi onirica che fa da scenario alle elaborazioni grafiche. Per evidenziare il parallelismo tra i soggetti ritratti e il tema della follia, in ogni sua opera l’artista ha inserito delle macchie ispirate a quelle di Rorschach. E’ come se Morsillo volesse palesare la frantumazione dell'identità dentro la tecnica pittorica. Sembra quasi che l’osservatore di queste opere si trasformi nel “paziente” al quale viene chiesto di osservare le immagini (proprio come si fa con le macchie) ed esprimere tutte le sensazioni che queste sono in grado di suscitare. Giochi di sguardi allucinati e sensuali inseriti in contesti e colori innaturali, sono solo alcuni degli elementi in grado di aprire il varco che affaccia sulla fantasia più recondita e misteriosa. La stessa immaginazione che genera nella mente sensazioni tra le più disparate, piacevoli e terrificanti. Attraverso le immagini, l’arte di Morsillo esercita un tipo di sguardo indagatore, che riesce a esplorare la psiche umana, il comportamento, nonché gli aspetti psicologici più interiori. Ecco che allora lo squarcio del velo attraverso il quale la Mater Lacrimarum ci osserva sensuale e maligna diventa lo squarcio che apre la soglia tra la realtà e il mondo dell’immaginario, ove il limite tra follia e stabilità diviene sempre più sottile man mano che ci si addentra. Un mondo nel quale non a tutti è dato penetrare per trovarne la chiave di interpretazione. Allo stesso modo gli occhi melanconici di Giovanna d’Arco, filtrati attraverso il fuoco che presagisce il suo imminente avvenire, diventano gli occhi di un’introspezione coraggiosa e sincera. La follia è un'esperienza soggettiva (noi vediamo con i nostri occhi le visioni "mentali" del personaggio"), determinata da una dose di irrazionalità, fertile elemento narrativo che il cinema utilizza tuttora abbondantemente. In quanto contrapposta alla ragione e alla sanità, la follia solleva, da sempre e per definizione, interrogativi di fondo sulla più intima natura del nostro essere, sull'origine e la logica delle nostre interazioni con ciò che ci circonda.
L’arte di Morsillo, come il cinema, offre ad un gran numero di persone la possibilità di sognare insieme lo stesso sogno e mostra i fantasmi dell'irreale. Si potrebbe parlare, in questo senso, di onnipotenza dell’immagine. Nella storia dell’arte il confine tra genio e folle è sempre stato labile. “Cinemorfismi” è la dimostrazione di come la follia sia in grado di diventare esplosione creativa e dunque espressione di sanità mentale se filtrata attraverso la sensibilità di un artista che non ha paura di trovarsi faccia a faccia con i lati più oscuri e tormentati dell’inconscio.